Cantiere nella giungla

Per il RE

Date: 05.02.2024
Author: Hans Tiessen
Ethnos360 Blog For the King
Costruire una capanna per i missionari

Ecco una traduzione che mantiene la forza narrativa, il realismo crudo e il profondo tono spirituale del testo originale:


Testimonianza dal Campo

Ore 4:12 del mattino, il primo canto del gallo nella giungla brasiliana. Stagione delle piogge. Il tetto era stato appena ultimato durante i giorni più asciutti; oggi toccava lavorare alle pareti. Le assi erano accatastate sotto una capanna vicino alla riva del fiume.

I Deni (il gruppo etnico locale) non vanno mai sotto le loro capanne. Lì sotto si trova per lo più legna impregnata d’acqua di lavaggio e urina, il tutto ricoperto da avanzi di cibo. Questo significava anche che un’invasione di scarafaggi onnivori non era lontana. Avrei tanto voluto sbagliarmi. Ma non appena ho sollevato la prima tavola, sono sciamati in ogni direzione per sfuggire alla luce del giorno. Cosa non avrei dato per un paio di guanti quel giorno? Jesse, che mi aiutava a trasportare le assi, non era da meno. Era il luogo perfetto per la proliferazione dei peggiori patogeni. Mentre mi caricavo due assi sulla spalla, sentendo poco dopo un senso di umidità sulla nuca, il mio pensiero è andato improvvisamente al libretto delle vaccinazioni. Epatite, febbre gialla, polio, tifo... Grazie a Dio, c’erano segni di spunta ovunque.

Sulla strada verso il cantiere, con il naso che colava, circondato dalle zanzare e ormai martoriato dalle punture, mi tormentava una domanda:

Cosa mai può essere una ragione sufficiente a spingere dei missionari a vivere nella foresta pluviale per decenni? Siamo pronti a dire, durante i nostri culti in chiese con l'aria condizionata: "L’amore per le anime perdute!".

L’amore per le anime perdute? Ne ero certo: non bastava! Perché a 35°C con un’umidità tropicale, con gli scarafaggi nelle scarpe, le zanzare sulle guance e l'urina sulla nuca, ogni sentimentalismo svanisce. Perché noi amiamo ciò che è amabile. E quello, decisamente, non lo era.

Tuttavia, esiste Uno che ha dato la Sua vita per persone che Gli hanno deliberatamente sputato in faccia: Gesù. Lo ha fatto per perdonarli proprio di quello, e di molto altro. Non potevo fare a meno di pensare a Paolo quando spiega ai Corinzi che è solo quando comprendiamo questo che l’amore di Cristo ci costringe. Ci spinge a vivere per LUI. E per me, quel giorno, vivere per LUI significava toccare quelle assi e usarle per costruire una parete — per il Re!

The Deni (ethnic group) never go under their huts. It is mainly wet wood from washing-up water and urine with a topping full of leftover food that can be found there. This also meant that a flood of omnivorous cockroaches was not far away. I would have loved to have been wrong. But as soon as I lifted the first board, they swarmed in all directions to escape the light of day. What would I have given for a pair of gloves that day? Jesse, who helped me carry the boards, was no different. It was the perfect place for the kindest of pathogens. As I hoisted two boards onto my shoulder and shortly afterwards felt wetness on the back of my neck, I suddenly thought of my vaccination record. Hepatitis, yellow fever, polio, typhoid ... Thank goodness there are check marks everywhere.

On the way to the construction site, with a runny nose, surrounded by mosquitoes and now bitten to death, I had a burning question: 

What on earth could be reason enough for missionaries to live in the rainforest for decades? We are quick to say in our air-conditioned church services: Love for lost people!

Love for lost people? I was sure - that wasn't enough! Because at a tropical, humid 35°C with cockroaches in your shoes, mosquitoes on your cheeks and urine on the back of your neck, the sentimentalism stops. Because we love what is lovable. That was definitely not it.

However, there is one who gave his life for people who deliberately spat in his face - Jesus. He did it to forgive them for exactly that and much more. I couldn't help but think of Paul explaining to the Corinthians that it is only when we understand this that the love of Christ compels us. It urges us to live for HIM. And for me, living for HIM that day meant touching these planks and building a wall out of them - for the King!


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